Talk Talk furono un gruppo inglese post-rock fondato da Mark David Hollis (cantante, chitarrista, pianista e compositore, nato il 4 gennaio 1955 a Tottenham, Londra), in attività dal 1981 al 1991. Il gruppo è noto al grande pubblico essenzialmente per i brani It’s My Life e Such a Shame
I pezzi più famosi sono proprio quelli della metà del decennio
Talk Talk – Life’s What You Make It 1986
Lo metto per primo perchè a mio avviso è un pezzo assolutamente da mettere nel CD che si ascolta giornalmente
http://www.youtube.com/watch?v=_9Y7aSlnAZI
http://www.youtube.com/watch?v=MT4QtJ9O_1c
Talk Talk – It’s My Life
Talk Talk – Such A Shame
Questa invase le top ten
http://www.youtube.com/watch?v=Gmt_vLZS1mg
By WIKIPEDIA!Lla loro singolare storia non s’è fermata a quel periodo; nel giro di pochi anni hanno subito una metamorfosi stilistica che attraverso una manciata di album li ha catapultati nel mondo del rock sperimentale ai confini col jazz e la classica, fino ad essere considerati precursori del cosiddetto post-rock del nuovo millennio.
Dopo un singolo interlocutorio (My Foolish Friend) esce il secondo album, It’s my Life, pubblicato sempre dalla Emi nel 1984; l’omonimo singolo e Such a Shame (ispirata al libro The Dice Man di Luke Rhinehart, pseudonimo di George Cockcroft) incarnano la volontà di uscire dal pop elettronico banale verso un intento più serio; brani come Dum Dum Girl e Tomorrow Started, creano atmosfere diverse, riflessive e musicalmente più curate, anche nei dettagli. Il trio, pur rimanendo tale, si allarga con buoni, talora ottimi turnisti. Le linee di basso di Webb e la voce di Hollis sono il marchio di fabbrica dei Talk Talk; anche l’estetica del gruppo ha una qualche rilevanza, grazie ai video di Tim Pope, particolarmente noti in Italia, e alle copertine disegnate da James Marsh.
Dopo due anni di concerti e lavoro in studio, esce nel 1986 The Colour of Spring, l’album della maturità. Del sound degli esordi non resta che l’eco. La famiglia degli strumentisti si allarga, partecipano anche nomi prestigiosi, Steve Winwood all’organo, David Rhodes alla chitarra, Morris Pert alle percussioni, per citarne solo alcuni. I pezzi più commerciali sono Living in another World, notevole pop song trascinata dal drumming funky di Harris e dall’organo di Winwood e Life’s Is What You Make It, il primo singolo, che porta la band addirittura a Sanremo ’86; ma il percussionismo ripetitivo del brano non incarna appieno lo spirito dell’album. Il senso di maturità è espresso da brani come Happiness Is Easy, blues e free, connotata dall’uso degli archi e delle voci bianche; I Don’T Believe In You, ballata impreziosita dall’arpa; Time It’s Time, ai confini della lirica, con una possente sezione di voci. Novità assoluta sono però due pezzi, April 5th e Chameleon Day, in cui l’influenza di certo jazz si fa evidente. La voce di Hollis è un filo tenue seppur profonda, esile quanto drammatica. Un crooner estemporaneo, totalmente estraneo agli stilemi del pop.
Il distacco definitivo e totale dall’industria della musica leggera si ha con Spirit of Eden, uscito nel 1988, che ha lasciato sbigottiti critici poco lungimiranti e fans della prima ora. Spariscono dalla scena sintetizzatori e batterie elettroniche; la musica si fa semplice e naturale, ma al tempo stesso dettagliata fino all’inverosimile; i suoni sono eterei, le melodie sospese, i riff solo accennati, la ritmica esangue e “tranceatica”. L’uso di fiati e archi di ogni tipo, anche solo per frammenti, porta all’estremo il filone naturalistico accennato con l’album precedente. Anzi si può dire che la strada intrapresa è quella di un sound spirituale. Il singolo I Believe in You lo è solo per motivi discografici, poiché sospeso e sognante; Inheritance incrocia blues e free jazz, Wealth e Rainbow si caratterizzano per risolvere in un organo dai toni celestiali; il canto, infine, esalta ovunque il messaggio di Hollis: poche strofe, scenari desolati e ultraterreni, ricerca di altri luoghi. Eden e Desire, partono lente, raggiungono un apice espolsivo e tornano nella quiete. Gli strumenti acustici avvicinano il gruppo ad ambienti jazz, non solo stilisticamente: la Emi non se la sente di produrre il gruppo ormai irriconoscibile.
